martedì 30 marzo 2010

«Vorrei essere leghista, ma...» di Sergio Frigo

Giovedì 4 Marzo 2010, Gazzettino, pag, 5

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=93899&sez=REGIONI



C’è una piccola frase buttata lì qualche anno fa da un mio vecchio zio socialista, poi diventato leghista, all’origine del mio libro "Caro Zaia vorrei essere leghista ma proprio non ci riesco": “Noialtri simo poareti. No gavimo miga studià come ti!” É una frase che spiega bene, come ho scoperto molto dopo, perché la sinistra, soprattutto nelle nostre regioni, perde sistematicamente le elezioni, e perché - specularmente - le vince un partito come la Lega, dai tratti marcatamente popolani e anti-intellettuali: quelle parole segnalavano, infatti, un inedito scollamento sociale e culturale, destinato a diventare ben presto politico, fra "noi" - giovani studenti destinati a diventare ceto medio istruito e progressista - e “loro”, i nostri zii, cugini, vicini di casa, che erano rimasti “poareti". Uno scollamento che si è approfondito in anni più recenti con l’arrivo massiccio degli immigrati, che noi ceti medi abbiamo accolto con benevolenza, mentre "loro", i ceti deboli, li subivano come sgraditi concorrenti sul terreno del lavoro, della casa e del welfare. Nulla di strano se si sono sentiti traditi da noi, sposando invece le parole d’ordine di chi - la Lega - diceva loro che avevano ragione a temere i nuovi arrivati, e diritto di difendere i propri interessi e i propri valori dalle culture estranee alla nostra.
È da questo punto che prendono le mosse le riflessioni contenute nel libro, articolate sull’espediente retorico di una lettera aperta a Luca Zaia. Dialogando virtualmente con lui, in realtà ho cercato di analizzare anche i tanti vizi del variegato e disperso pianeta progressista, convincendomi però che essi non bastano a spiegare le ragioni di una sconfitta storica: ragioni che risiedono nel fatto che la sinistra in questi anni segnati dalla globalizzazione, dalle migrazioni e dalla crisi economica si è trovata di fronte all’amaro destino di dover scegliere fra tradire se stessa o tradire i propri elettori, tra la coerenza agli ideali (la solidarietà con gli ultimi, il terzomondismo) e la ricerca del consenso: e qui è ancora bloccata.
Sergio Frigo

In un libro-lettera a Zaia, Sergio Frigo s’interroga sui trionfi del Carroccio a Nordest
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Giovedì 4 Marzo 2010,
UN SOGNO PER IL FUTURO

Coloro che si candidano a rappresentarci, infine, devono sapere che noi «popolo di sinistra» ci siamo ancora, nonostante le troppe frustrazioni che essi ci hanno inflitto, anche se siamo sempre più stanchi e sfiduciati: dai nostri leader ci aspettiamo dunque che sappiano comprendere il nostro scoramento ma anche che ci trasmettano la sicurezza che ce la faremo a tirarcene fuori, utilizzando l’intelligenza, la generosità, la fantasia e magari anche una sana ironia che costituiscono le nostre principali risorse.
Certo, bisogna essere consapevoli che nelle situazioni di crisi e di incertezza come quella che stiamo attraversando è naturale che prevalgano nell’uomo gli istinti elementari della chiusura nel presente, della salvaguardia del proprio status messi in pericolo dall’irruzione dello straniero e dell’autodifesa identitaria e di clan, che solitamente vengono sublimati (o repressi) nei momenti più felici. Ed è altrettanto naturale che siamo molto più popolari, fra gli elettori, coloro che dicono loro che hanno ragione a volersi tenere stretto il po’ di benessere appena acquisito, rispetto a noi, che invece li invitiamo a condividere quel poco con chi ha meno, e a pensare anche alle generazioni future. «Nell’attuale dura realtà non c’è più la possibilità di sognare un mondo migliore», si addolora un leghista illuminato come Giuseppe Covre, rievocando la sua antica militanza a sinistra e le sue utopie giovanili. Ecco, possiamo dire che i leghisti sono coloro che, dopo aver rinunciato al sogno generoso di migliorare il modo, si accontentano ora dell’obiettivo modesto anche se molto concreto di proteggere la propria famiglia e mantenere in ordine il proprio paese.
A noi spetta invece la scomoda ma ineludibile responsabilità di continuare a coltivare pulsioni elementari del nostro interesse diretto personale e immediato, e il colpito altrettanto arduo di guardare oltre le contraddizioni del reale e del presente per continuare a coltivare progetti anche per la collettività e per il futuro. Magari questo ci esporrà alle accuse di velleitarismo, precludendoci il facile consenso nell’immediato e assicurandoci sonore sconfitte. Ma qualcuno dovrà pur continuare, anche in questo cupo presente, a coltivare il sogno di una società di cui essere un po’ più fieri negli anni a venire.

martedì 23 marzo 2010

I reati sono diminuiti, ma la percezione dell’insicurezza è aumentata

Comitato Ordine pubblico e Sicurezza-Tombolo 10 gennaio 2008
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Lì, 31 dicembre 2007
Prot. N. 17587 via Fax

OGGETTO: Riunione Comitato per l’Ordine e la Sicurezza


Per trovare una linea comune nel modo di affrontare le non facili sfide che ci pone la moderna criminalità, per fare una attenta analisi e trovare, tutti insieme, soluzioni concrete, Ti invito a convocare con urgenza il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza della nostra zona nella sede naturale di Cittadella.

Sarà anche un modo per chiedere, con forza, che lo Stato sia più vicino ai suoi Sindaci e l’occasione per rendere omaggio alla Costituzione che, grazie alla saggezza dei nostri Padri Costituenti, da 60 anni garantisce a tutti la libertà e la convivenza civile

Cordiali saluti.


Il Sindaco
Leopoldo Marcolongo


Egr. Sig.
Massimo Bitonci
Comune Cittadella
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e.p.c. ai Sigg. Sindaci:

Massimo Ramina-Campodoro
Luigi Bernardi-Campo San Martino
Gino Carolo-Carmignano di Brenta
Marcello Costa-Curtarolo
Marcello Mezzasalma-Fontaniva
Silvano Sabbadin-Galliera Veneta
Loredana Pianazzola-Gazzo Padovano
Sergio Acqua-Grantorto
Renato Marcon-Piazzola Sul Brenta
Giovanni Baggio-San Martino di Lupari
Tiziano Zampieron-San Pietro in Gù
Franco Zorzo-Tombolo
Beatrice Piovan-Villafranca Padovana
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Dall’ultimo Comitato di qualche anno fa, qualcosa è cambiato. I reati sono diminuiti, ma la percezione dell’insicurezza è aumentata.

IL BUIO "AL DI QUA" DELLA SIEPE Franca Zambonini –Famiglia Cristiana n. 40/2007

Ormai la paura è nostra compagna di strada. Il bisogno di sicurezza è una esigenza primaria. Sono diminuiti gli omicidi. Crescono i furti e le rapine, il consumo di droga, la violenza sulle donne. L’autodifesa può diventare un pericolo. Ma qualcuno dovrà proteggerci.

Questo dialoghetto mi ha fatto ricordare Il buio oltre la siepe, titolo italiano di un romanzo di Harper Lee, l’americana che ha scritto solo questo libro, ma bellissimo; nell’originale si chiama To Kill a Mockingbird, neè stato tratto un film ugualmente piacevole con Gregory Peck nella parte dell’avvocato, padre di due bambini, che dà prova di gran coraggio nell’Alabama dei conflitti razziali. Il buio oltre la siepe era la paura dell’ignoto, di quello che sta "oltre". Ma ora il buio è arrivato al di qua della siepe. Ed è l’insicurezza in cui viviamo.

La domanda di sicurezza rappresenta una voce primaria per una decente qualità della vita. Non c’è sistema d’allarme capace di difendere dai furti le nostre case. Non bastano cancelli e inferriate per blindare le villette fuori città; l’isolamento nelle campagne è illusorio quanto l’affollamento cittadino. Non esiste protezione contro le aggressioni, le rapine, gli scippi, e va bene quando ci si rimette solo il portafogli, senza danni fisici. «Ma perché mi hanno anche picchiato?», lamentava il regista Giuseppe Tornatore, aggredito da tre manigoldi sull’Aventino, un tempo tranquillo quartiere romano: «Mi avevano già derubato, che senso avevano le botte?», e non c’è risposta.
Al bisogno di sicurezza corrisponde il fai-da-te della difesa. Le pistole in casa contro ladri eventuali, le ronde notturne volontarie, gli assalti ai campi nomadi o alle baracche degli immigrati, i pittoreschi sindaci-sceriffi e altre cosiddette contromisure rappresentano una cultura che non ci appartiene, semina altra violenza, aggiunge pericolo a pericolo.
Secondo i dati del Rapporto sulla criminalità in Italia, presentato a giugno dal ministro dell’Interno Giuliano Amato, sono in calo gli omicidi, in crescita i furti e le rapine, soprattutto nel Nord, dove arrivano immigrati clandestini anche "mordi e fuggi" dall’Est d’Europa.
Impressiona la corsa al consumo di droga (cinque tonnellate sequestrate l’anno scorso, più cocaina che eroina), strada maestra del crimine. E "sconvolge", questa è la parola usata dal ministro, il capitolo della violenza sulle donne, non solo sessuale: aumentano lesioni e maltrattamenti, il 62 per cento commessi dal partner.
Non si vive bene con la paura come compagna di strada. E siamo contrari agli improvvisati sistemi di autodifesa. Ma alla domanda di Tornatore: «Perché anche le botte?», occorre che chi ha il compito istituzionale di difenderci trovi una risposta. E in fretta, prima che l’Italia diventi il Far West.
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L’utopia del sindaco-sceriffo - Gian Valerio Lombardi-Prefetto di Milano

In questi giorni è tornata di attualità la questione della sicurezza e di un possibile ulteriore ruolo delle polizie locali. Sono convinto che un apporto più incisivo della polizia locale può essere utile.
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Taluni esponenti politici locali – per rafforzare tale indicazione (sindaci sceriffi) – fanno talora riferimento all’esperienza del sindaco di New York che a suo tempo ha ottenuto, ma per un breve periodo, buoni risultati con la “tolleranza zero” (che non sarebbe male introdurre almeno in parte nelle leggi anche da noi) (In questi giorni Giuliani è candidato alla Casa Bianca, ma senza grandi successi). Chi propone tale opzione non considera però la diversa grandezza dell’Italia rispetto agli USA: negli Stati Uniti esiste una polizia federale che persegue reati federali e una polizia locale che persegue reati locali, ferma restando la sovraordinazione dela stessa polizia federale. E poi lo Stato di New York ha 18 milioni di abitanti pari a poco meno di un terzo dell’intera Italia. Lì è logio avere una polizia “locale” perché New York non è solo una città ma un vero e proprio Stato. L’azione penale negli Stati Uniti è affidata alla magistratura elettiva. Lì ha un senso coinvolgere il sindaco nella gestione della polizia locale.Del resto la vastità del territorio e le differenze fra i singoli Stati giustificano il doppio livello delle polizie, federale e locale. Ma in Italia con un territorio trenta volte più piccolo e che è meno della metà del solo Texas, sarebbe lo stesso? Non credo proprio. E’ un segno della nostra mentalità provinciale chiedere, da parte del livello locale, sempre nuovi poteri (peraltro senza esercitare sempre quelli che si hanno!) quasi che la gestione locale sia, per magia, il rimedio a tutti i problemi. Purtroppo l’esperienza sembra dimostrare il contrario.
Ma poi sarebbe così vantaggioso per il nostro Paese un simile sistema? Con ottomila Comuni avremmo ottomila sindaci, appartenenti a partiti diversi, i quali – pur se per motivi comprensibili – avrebbero ottomila modi differenti di gestire la sicurezza. Lo Stato, interlocutore comunque insopprimibile – che già fa fatica a coordinare cinque polizie – ne dovrebbe raccordare migliaia, con una dispersione che da noi si tradurrebbe certamente in una più scarsa efficacia dell’attività di sicurezza. Verrebbe così depotenziata ineludibilmente la sicurezza generale e lo Stato o dovrebbe abdicare a una sua funzione (che peraltro l’attuale Costituzione gli affida in via esclusiva) oppure non potrebbe rispettare il proprio contratto sociale.
Le autorità elettive locali con i tanti problemi da risolvere, non potrebbero applicarsi con la necessaria continuità al settore della pubblica sicurezza. Si acuirebbero, con i contrasti politici locali, le diversità e si creerebbero certamente problemi di coordinamento generale, in un Paese in cui la cultura del concerto e della condivisione – fondamento di ogni vero federalismo – non sembra ancora particolarmente sviluppata. Cittadini, dal canto loro, farebbero a gara nel chiedere polizie sempre più severe per allontanare da sé gli emarginati e i governanti locali sarebbero costretti ad assecondarli, per non perdere il consenso elettorale.
Si realizzerebbe l’esatto contrario di quello che deve essere un sistema equilibrato, efficace e strategico. In realtà l’apporto di Regioni ed Enti Locali nel campo della sicurezza può rivelarsi prezioso se fornito alle autorità dello Stato a ciò preposte, nell’ottica della leale collaborazione. Non è possibile – come talora accade da noi – che parti dello stesso sistema, spesso chiamate a collaborare, si critichino fra loro solo per la diversa appartenenza politica! Una cosa è la politica, altra la gestione. In questo momento poi scegliere un federalismo della sicurezza, in un Paese come il nostro, sempre più soggetto – per l’appartenenza all’Unione europea – alle regole comuni, è una contraddizione, nonché una scelta che mi sembra sbagliata.
In realtà, ciò che non funziona nella sicurezza del nostra Paese non è il lavoro delle forze dell’ordine (che operano in condizioni difficili e con grande impegno) ma la mancanza di certezza della pena*. Chi commette reati o azioni contro la sicurezza e il decoro urbano sa che sostanzialmente non subisce alcuna conseguenza per il proprio comportamento. Con gli attuali strumenti perciò non sarebbe certo l’affidamento delle funzioni al sindaco a garantire meglio la sicurezza. Anzi. E’ lecito pensare che la situazione peggiorerebbe e non poco a causa della inevitabile frantumazione degli interventi sul territorio, per le differenti valutazioni politiche e per la mancanza di una specifica professionalità.
La polizia di sicurezza – in quanto attività amministrativa d’ordine – richiede sicuramente unicità di strategia di comando e di responsabilità. Polverizzarla in ottomila rivoli sarebbe un grave e imperdonabile errore. Adeguati strumenti di intervento, più certezza della pena e unicità di direzione in un quadro di generale collaborazione, sono gli ingredienti necessari per una buona ricetta della “sicurezza”! Maccchiavelli, un grande maestro dell’arte di governare, nei discorsi (III,16), diceva che è rovina per gli Stati “….mandare né luoghi, per amministrarli meglio, più d’uno commissario e più d’uno capo.”. Figurarsi se il discorso non valga per la sicurezza.
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* Quando parliamo di certezza della pena, anche se non è questa la sede, ricordo che da dati
Espresso n. 1/2008, risultano ospiti delle patrie galere

• 60.710 detenuti a luglio 2006
• 26.722 detenuti beneficiari dell’indulto
• 6.048 riarrestati
• 45.024 ddetenuti al 05.09.2007


• 49.193 detenuti
• 29.137 imputati
• 18.569 condannati
• 1.487 internati ospedali psichiatrici giudiziari
• 37% extracomunitari da 144 paesi

Se non modifichiamo il sistema di sconto della pena, qualsiasi Governo, dovrà fare presto un nuovo indulto per sfoltire le carceri, che si stanno avvicinando nuovamente al collasso.

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Se quindi il cortocircuito di improbabili e pioneristiche esperienze del caso Cittadella, non offre alcuna soluzione, viene da pensare che il problema non era quello dell’iscrizione anagrafica. L’iscrizione anagrafica è soggetta a regole molto rigide, che tutti i Comuni applicano già, ma i delinquenti, di solito non la chiedono. Se invece consideriamo l’ordinanza di Cittadella solo come una provocazione politica per stimolare il legislatore a migliorare la Legge, va presa per quanto tale.
Ma, se il problema non è l’iscrizione all’anagrafe dei cittadini extracomunitari e neocomunitari, è un problema di ordine pubblico. E se parliamo di ordine pubblico, allora non servono ordinanze, servono Leggi e coordinamento dei Sindaci nel territorio:

- Servono il Prefetto, i Carabinieri, la Polizia. Serve il potenziamento delle loro strutture e il controllo del territorio.
- Serve la collaborazione dei sindaci e il coordinamento dei Vigili urbani con le Forze dell’Ordine, ognuno nell’ambito delle proprie competenze (i vigili fanno i vigili, la Protezione Civile fa quello che è il suo compito, e così via)
- Periodicamente serve la riunione del Comitato per l’Ordine e la Sicurezza.
- Servono soldi per impianti di allarme e videosorveglianza (San Giorgio ha stanziato 55.000 euro, ma per accedere ai contributo regionali bisogna mettere insieme almeno 20.000 abitanti), migliore illuminazione e arredamento delle aree pubbliche, riqualificazione delle aree degradate
- Il Comune di San Giorgio in Bosco mette a disposizione un fabbricato per fare una caserma
- Serve la chiusura dei locali pubblici a orari uguali per evitare il pericolo del pendolarismo
- Ma bisogna anche unire politiche d’integrazione e solidarietà a quelle di contrasto alla delinquenza.
- Serve la collaborazione dei nostri cittadini e una cultura della legalità in ogni settore.
- Corsi di lingua italiana e educazione civica per extracomunitari e neocomunitari, come quelli che abbiamo fatto a San Giorgio con grande entusiasmo
- Dare lavoro nei Comuni ai carcerati in esecuzione penale esterna-art. 21-L’ass.Reg. Valdegamberi ha stanziato su una mia richiesta, come delegato ANCI, 50.000 euro per un progetto di sensibilizzazione rivolto ai Comuni
- Serve una scuola che promuova l’integrazione e non chiuda la porta in faccia agli studenti stranieri, perché è nelle scuole che si diventa nuovi cittadini-sui giornali di oggi è scoppiato il caso Pordenone dove i genitori iscrivono i figli alle scuole private perché le pubbliche hanno troppi extracomunitari
- Se gli imprenditori veneti chiedono 20.000 nuovi ingressi al posto dei 14.000 previsti, dobbiamo capire che, piaccia o non piaccia, l’immigrazione è un fenomeno destinato ad aumentare, pena la chiusura delle aziende e anche delle nostre famiglie (badanti).
- E’ meglio regolarizzare gli stranieri che lavorano e che hanno un alloggio, piuttosto che mandarli a ingrossare le file della malavita
- Serve cioè, non amplificare la paura, ma piuttosto a governarla.
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Leopoldo Marcolongo-sindaco di San Giorgio in Bosco

Quando noi eravamo gli albanesi


Gazzettino 24.11.2007

I Veneti nel Mondo ci ricordano quando noi eravamo gli albanesi E nei bar della Germania c'era scritto "Vietato a cani e italiani"
di Leopoldo Marcolongo*


La Consulta del Veneti nel Mondo tenutasi ad Asolo (i consultori rappresentano le nostre comunità in Canada, Usa, Brasile, Uruguay, Argentina, Sudafrica, Australia, Svizzera e altri Paesi) ha richiamato con forza l'assemblea a ricordare "quando gli albanesi eravamo noi". A Marcinelle, in Belgio, dove c'erano le miniere in cui mille metri sotto terra e nel fuoco morirono centinaia di italiani e molti venivano dal Triveneto, all'alba degli Anni Cinquanta sulle case scrivevano: "Niente stranieri, niente bambini, niente animali". Bestie e italiani non meritavano casa. Eppure erano necessari, perché senza quegli italiani chiassosi e poveri il Belgio non avrebbe estratto il carbone che ne avrebbe fatto una potenza industriale. Nella Germania degli '60 sulla porta dei bar appendevano un cartello col disegno di un pastore tedesco e la scritta: "Vietato a cani e italiani". Lo stesso cartello in Svizzera nel 1971 sul cancello che portava a un cimitero.
La storia ci ha insegnato pochissimo, non riusciamo neppure a capire che stiamo trattando gli immigrati come siamo stati trattati noi da emigranti 40-50 anni fa. Non ci rendiamo conto che ciò che ci feriva profondamente e ci umiliava, oggi lo ripetiamo senza tenere conto del rispetto degli altri. L'immigrazione è necessaria per la nostra economia, certo va regolata e controllata. Bisogna distinguere tra immigrati e criminali, tra gente che è qui per lavorare onestamente e chi è qui per cercare scorciatoie. Per avere un'immigrazione regolare e rispettosa delle nostre leggi, bisogna che gli immigrati vengano messi nelle condizioni di vivere nel nostro Paese. Il lavoro non basta, ci vogliono una casa, una scuola, l'assistenza sanitaria, il rispetto per la loro cultura e, col tempo, la cittadinanza. Soltanto così si può esigere il rispetto totale delle nostre regole.
L'ordinanza anti-immigrati di Bitonci, ormai chiuso fra le sue mura come ai tempi di Ezzelino, è rozza e populista, incostituzionale, buona al massimo per qualche dittatore del sudamericano. La direttiva 38 del 2004 della Comunità Europea ribadisce "il valore della libera circolazione delle persone quale principio fondamentale dell'Ue", fissando limiti precisi per le espulsioni di cittadini comunitari consentendole sostanzialmente per motivi di ordine pubblico, di sicurezza e sanitari.
San Giorgio in Bosco è invece il paese dell'accoglienza, non disgiunta dalla fermezza della legalità. L'amministrazione ha intensi rapporti con l'Asar (Romania) e il Centro culturale Islamico. I bambini Rom vanno alle elementari, i laboratori cinesi sono sotto controllo, gli immigrati partecipano ai bandi per le case Ater, già 9 brasiliani di origine Veneta hanno ottenuto la cittadinanza italiana " jure sanguinis" direttamente dal Comune, la criminalità è mediamente più bassa dei paesi limitrofi. Questo senza roboanti proclami proclamami, ma con la fatica e il paziente lavoro della nostra comunità.
*sindaco di San Giorgio in Bosco

martedì 16 marzo 2010

Ma anche noi siamo stati clandestini


Il Gazzettino - Mercoledì 8 Luglio 2009, lettere

Ma anche noi siamo stati clandestini

Sono molto deluso dall’analisi fatta dal prof. Ulderico –Bernardi sul Gazzettino del 4 luglio u.s. dal titolo “Ma anche i nostri diritti vanno difesi”.
Intanto parlare genericamente di sbandati non fa distinzione fra criminali, che vanno perseguiti con severità, autoctoni o immigrati che siano e immigrati irregolari che, per la gran parte, sono venuti nel nostro Paese per sfuggire alla miseria dei Paesi d’origine.
Né convince la storia delle carceri sovraffollate e dei processi lumaca, che purtroppo è una delle vergogne nazionali, ma non giustifica comunque le nuove misure sulla sicurezza riservate agli immigrati. Questo “Pacchetto” infatti, non prevede il carcere, ma solo un’ammenda. Chissà poi chi la pagherà.
Il prof. Bernardi ha ragione quando dice che la strada maestra per alleviare le sofferenze del pianeta è quella della solidarietà internazionale, ma su questo fronte i Paesi del G8 dopo aver promesso, nel 2005, 50 miliardi di dollari in più all’anno, hanno realmente elargito solo le briciole. L’Italia poi ha garantito solo il 3%, ultima di tutti i Paesi del G8.
Se la condizione dei clandestini è già estremamente precaria, è giusto che la CEI alzi la voce e dica che questo pacchetto sicurezza peggiora l’integrazione. Restringendo i ricongiungimenti familiari poi si riduce la possibilità di integrazione. Per non parlare del prolungamento della sofferenza nei centri di identificazione ed espulsione.
E delle 500 mila badanti irregolari cosa ne facciamo? Bisognerà pure fare una sanatoria o emersione, se la parola fa meno paura. E di tutti quelli che sono in attesa da due anni del flussi, li rimandiamo nei Paesi d’origine, dopo aver applicato una Legge italiana?
Se siamo arrivati al reato di immigrazione clandestina, vuol dire che il nostro Paese ha dimenticato la storia dei 27 milioni di emigrati dal 1870 in poi.
Clandestini siamo stati anche noi, a milioni. All’estero ci consideravano molto spesso “brutta gente”, altro che gli stereotipi sugli emigranti italiani “poveri ma belli”.
Bisogna insegnarla a scuola questa storia della nostra emigrazione, storia vissuta prima degli immigrati in Italia di oggi, ma sempre la stessa dolorosa storia.
Se le regole sono necessarie, almeno ricordiamo le parole dello scrittore svizzero Max Frisch degli immigrati italiani: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”
Leopoldo Marcolongo

Seconda generazione perno dell'accoglienza

10 Febbraio 2010 - Il Sole 24 Ore
Seconda generazione perno dell'accoglienza
di Innocenzo Cipolletta


Senza una politica dell'immigrazione, continueremo a considerarla una malattia e questo finirà per accentuare il già forte movimento razzista che sta caratterizzando il nostro paese. Occorre passare dal contrasto alla clandestinità, che è opera della polizia, alla gestione dell'integrazione, che deve essere opera della politica.
Come ci insegnano le esperienze di altri paesi, la clandestinità è un fenomeno transitorio, mentre l'immigrazione è un fenomeno permanente. E la politica deve interessarsi di ciò che è permanente. L'Italia si avvia ad avere una percentuale di immigrati non dissimile a quella degli altri paesi europei. Posto che l'immigrazione data ormai da diversi anni, il fenomeno più rilevante a cui dovremo far fronte è l'integrazione della seconda generazione di immigrati, quelli nati nel nostro paese.
Qualcuno pensa e spera che l'integrazione della seconda generazione sarà più facile, perché costituita da gente che parla l'italiano, conosce le nostre leggi e le nostre abitudini. Niente di più errato. L'integrazione della seconda generazione di immigrati richiede una forte attenzione e misure mirate, per evitare fenomeni di razzismo e tensioni sociali.
La prima generazione di immigrati ha trovato collocazione nei lavori che gli italiani hanno abbandonato e questa è stata una valvola forte per la loro accettazione. Spesso non li vediamo affatto, perché impegnati tutto il giorno nella fabbriche, nelle campagne, nei retro dei ristoranti o nelle abitazioni a badare agli anziani e ai bambini. Ma i figli degli immigrati, la seconda generazione, avranno studiato nelle nostre scuole, avranno imparato la nostra lingua, avranno consapevolezza del loro diritti, aspireranno, giustamente a occupare posizioni sociali ed economiche non diverse da quelle degli italiani di più generazioni.
L'esperienza di altri paesi mostra che questa è la fase più delicata del processo di immigrazione. Se la nostra società saprà accogliere correttamente questi immigrati di seconda generazione, allora il fenomeno dell'immigrazione avrà avuto effetti positivi per tutti. Ma questo esito non è affatto scontato. Oggi il razzismo italiano, che purtroppo c'è, è di natura primaria e si basa sulla paura del diverso e sui miti della criminalità esasperati da taluni politici che giocano sulla paura per prendere voti. Ma domani, con la seconda generazione di immigrati, il razzismo sarà guidato dal timore di perdere il lavoro per opera di una persona più preparata e più motivata, dal rifiuto di abitudini e di costumi che questi nuovi italiani vorranno giustamente praticare senza doversi nascondere come hanno fatto i loro genitori, dalla aspirazione ad avere una abitazione normale in qualsiasi quartiere delle nostre città, dalla pretesa di contare nella vita del loro paese.
Se non sapremo dare una risposta positiva a questi fenomeni, rischiamo di generare ghetti per gli immigrati, dove nascerà criminalità e terrorismo, e di favorire l'emergere di un razzismo puro negli italiani, perché centrato solo sulla differenza di razza, pur di rifiutare loro posizioni e lavori prima riservati agli italiani con un numero maggiore di generazioni alle spalle. E questi fenomeni sono già visibili, dai cori razzisti e dai blog contro il calciatore Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori del Ghana, ma cittadino italiano a tutti gli effetti dopo l'affidamento alla famiglia Balotelli, fino ai divieti spesso violenti di padri italiani alle loro figlie di frequentare i figli degli immigrati o al bullismo contro gli immigrati nelle scuole.
Una politica dell'immigrazione passa attraverso una scuola rafforzata, una assistenza sociale assidua, una apertura delle nostre abitudini e normative a quelle degli altri, una disponibilità di abitazioni, un percorso visibile per il diritto al voto e alla cittadinanza. Occorre che l'immigrato e la sua famiglia si sentano parte di una società che ha previsto per loro percorsi di inserimento e processi di accettazione per tutte le diversità che dovranno confrontarsi e convivere.
Ci sono pezzi della società che già operano positivamente in questa direzione. Ma non bisogna che lo stato si limiti ai respingimenti operati dall'esercito e ai controlli interni della polizia. Sarebbe veramente errato, malgrado l'umanità e l'intelligenza delle nostre strutture militari e di polizia.

10 Febbraio 2010
Il Sole 24 Ore

A S Giorgio in Bosco giocano solo gli italiani


Corriere del Veneto

nel padovano - A S Giorgio in Bosco giocano solo gli italiani: «razzismo». Stranieri sponsorizzati dall’ex primo cittadino del Pd

Campo vietato alla squadra romena esposto contro il sindaco leghista
Lettera a palazzo Chigi, ora è un caso diplomatico

SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) - Palla al centro, ma solo per i giocatori italiani. Anzi, veneti e residenti nel Comune. Il sindaco leghista di San Giorgio in Bosco Renato Roberto Miatello vieta ad una squadra di romeni iscritta al campionato amatori di giocare nel campo da calcio comunale: «Non vedo l'utilità di una formazione romena che non ha niente a che spartire con il territorio». Altre otto squadre giovanili - di italiani è chiaro - invece usano l'area sportiva. Ed è scoppiato un caso diplomatico. L'associazione «Alleanza romena», a cui fa capo la squadra di calcio, dopo una segnalazione in prefettura ieri ha chiamato in causa anche palazzo Chigi con un esposto all'Ufficio nazionale anti discriminazione razziali e al dipartimento per le Pari opportunità. Il presidente dell'associazione romena Adrian Teodorescu, punta l'indice sulle scelte del Comune di San Giorgio in Bosco e le bolla di «razzismo in chiave sportiva».


Il divieto di utilizzare il campo sembrerebbe anche questione politica: lo sponsor della squadra romena è l'azienda dell'ex sindaco del Pd a San Giorgio in Bosco, Leopoldo Marcolongo. Oltre a essere romeni dunque sono anche «amici» - visto la pubblicità sulle maglie - dei principali oppositori dell'amministrazione: il centrosinistra. La disputa per il campo sportivo inizia lo scorso settembre fino ad arrivare all'esposto recapitato ieri all'ufficio di Roma. «Il Comune dopo le nostre richieste ci ha negato l'uso del campo dicendo che il terreno era impraticabile - spiega Teodorescu - ma quel campo lo avevamo utilizzato fino all'anno prima ed in più l'associazione sportiva Ac San Giorgio può usare il campo e noi no».

Adesso la squadra di «Alleanza romena» gioca tutte le partite del campionato in trasferta in accordo con la Libertas (affiliata al Coni) che organizza i gironi. L’unico appoggio è la disponibilità dell'Ac San Giorgio, ovvero la società che usa il campo «conteso»: per due domeniche al mese, quando la squadra italiana gioca in trasferta, era e rimane disposta a prestare il terreno a quella romena. Ma il Comune è categorico e ribadisce il suo «niet» per i romeni. «Per questo motivo ci sentiamo discriminati, perché se il campo ha dei problemi può essere comprensibile ma solo se vale per tutti - sottolinea Teodorescu - L'orientamento del Comune è chiaro, appena si è insediata la nuova giunta il sindaco della Lega ha fatto chiudere anche lo sportello comunale per gli immigrati». Intanto la squadra di «Alleanza romena » resta piazzata a metà classifica, al settimo posto. Insomma, regge pur giocandoo sempre in trasferta. Ma rischia di sfaldarsi se prima o poi non troverà un campo stabile. «E' un problema per i ragazzi, sono bravi e ben inseriti nel campionato - spiega il responsabile della lega calcio della Libertas, Walter Durello - che il Comune non gli dia un campo per fare una gara è una ripicca nei confronti di questi ragazzi: non è possibile non trovare lo spazio per due partite al mese. Ora li ospito su un campo a Padova per gli allenamenti e c'è la collaborazione di tutte le società che li ospitano a proprie spese, nei loro campi, quando c'è da giocare le partite. E' un peccato: questa squadra è una realtà e sono da incoraggiare».

Categorica la replica di Renato Miatello, sindaco di San Giorgio in Bosco in forza alla Lega Nord, insediatosi alle scorse amm i n i s t r a t i v e : «Abbiamo detto di no e resta no. A San Giorgio in Bosco ha solo sede l'associazione romena - continua il primo cittadino - i giocatori sono tutti grandi, hanno anche 25 anni e vengono da altri comuni se non da fuori provincia. E poi non vedo come fattore di integrazione una squadra composta da soli romeni: il campo è stato dato in convenzione all'associazione Ac San Giorgio e non intendiamo darlo a nessun altro». Non è che c'entra anche lo sponsor dell'ex sindaco Pd? «Beh mi lasci pensare male visto che l'associazione romena continua a insistere. Il campo è in condizioni pietose tanto che una squadra l'abbiamo dovuta trasferire nell'area sportiva di una frazione: figuriamoci se faccio giocare i romeni». Ora la passa in campo diplomatico. Sempre che qualcuno trovi il tempo e la voglia di occuparsene.

Martino Galliolo

04 febbraio 2010 - Corriere del Veneto

I romeni cacciati dal sindaco in campo con il lutto al braccio


Corriere del Veneto

Nel padovano - a S.Giorgio sul terreno comunale giocano solo italiani
I romeni cacciati dal sindaco in campo con il lutto al braccio
Iniziativa dopo l’esposto: «E’ morta la fraternità nello sport». La Lega con il primo cittadino, critiche da Pd e Pdl

A San Giorgio il campo di calcio è stato vietato alla squadra romena (archivio)

NOTIZIE CORRELATE
Campo vietato alla squadra romena esposto contro il sindaco leghista

SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) - Giocheranno con il lutto al braccio: «A simboleggiare la morte della fraternità dello sport per mano del razzismo e della discriminazione». Se il gelo glielo permetterà, visto che i campi sono ghiacciati e la partita di dopodomani è ancora in forse. Tutto sembra congiurare contro la squadra di calcio romena di San Giorgio in Bosco (Padova) che si è vista vietare dal sindaco Renato Roberto Miatello le partite sul campo sportivo comunale: «Non vedo l'utilità di una formazione romena che non ha niente a che spartire con il territorio» ha detto Miatello. Ma la questione è anche velatamente politica: le maglie della squadra romena portano lo sponsor dell'ex sindaco del Pd a San Giorgio in Bosco, Leopoldo Marcolongo. L'associazione «Alleanza romena» a cui fa capo la squadra iscritta al campionato amatori, ha chiamato in causa palazzo Chigi con un esposto all'Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali al dipartimento per le Pari opportunità. Insomma, è scoppiato un caso diplomatico: «La segnalazione adesso è passata all'ufficio competente per avviare le pratiche del caso» spiegano dall'ufficio antidiscrimanzioni a Roma.

Il presidente dell'associazione romena Adrian Teodorescu ha bollato la scelta del Comune come «Razzismo in chiave sportiva». «Ho sempre voluto lasciare fuori i ragazzi da questa questione perché restino concentrati in campo - spiega - ma domenica pensavamo a qualcosa di simbolico come il lutto al braccio per far emergere che la fratellanza e l'integrazione tramite lo sport sono state affossate dalla discriminazione razziale». La disputa per il campo sportivo inizia lo scorso settembre fino ad arrivare all'esposto recapitato iall'ufficio di Roma. «Il Comune dopo le nostre richieste ci ha negato l'uso del campo dicendo che il terreno era impraticabile - spiega Teodorescu - ma quel campo lo avevamo utilizzato fino all'anno prima ed in più l'associazione sportiva Ac San Giorgio può usare il campo e noi no. Per questo ci sentiamo discriminati». A fare quadrato attorno al sindaco legista di San Giorgio in Bosco è il suo partito, la Lega Nord, con l'onorevole e sindaco di Cittadella Massimo Bitonci: «Il sindaco Miatello ha tutto il nostro appoggio: in casa nostra comandiamo noi». Se non altro è chiaro. «Ho l'impressione che alcune associazioni e gruppi si stiano allargando bel oltre le proprie competenze - sottolinea l'onorevole -Mi chiedo ad esempio quale sia la vera attività di questa associazione Alleanza romena, già nota perché da qualche anno effettua consulenze per richieste anagrafiche e per altri adempimenti amministrativi. In ogni caso lo scorso anno ho presentato segnalazione alla Guardia di Finanza per accertare se l'attività svolta da questa associazione sia configurabile come attività di impresa e se stia tentando di dribblare il pagamento delle tasse».

E' pronta la replica di Evghenie Nona, consigliera comunale a Padova di nazionalità romena, del Partito democratico: «I sindaci Bitonci e Miatello dovranno rispondere davanti alla legge di quanto affermato - spiega - questa è la più vile discriminazione razziale: in campo sportivo, simbolo della solidarietà e non solo. Lo sport fa imparare delle regole che servono per affrontare l'integrazione. E le accuse di Bitonci hanno toccato il più basso livello possibile a dimostrazione del fatto che non ha nessun altra carta da giocare: qui non ci sono scusanti visto che a San Giorgio solo gli italiani possono giocare». Sulla stessa lunghezza d'onda stavolta anche l'onorevole del Pdl Maurzio Paniz, presidente del club juventino dei palramentari, uno con la passione del calcio nelle vene: «Penso che lo sport non deva mai entrare nella politica - spiega - non conosco le dinamiche interne al Comune però dico in maniera forte: lo sport deve unire e non disunire». Smorza i torni il collega di partito, consigliere in Regione, Leonardo Padrin: «Conosco il sindaco Miatello e non è come altri sindaci di quelle parti (la frecciatina è a Bitonci? ndr), se non ha concesso il campo ci saranno sicuramente validi motivi tecnici e logistici». Il sindaco Miatello però spiega: «Il campo è impraticabile ci sono pozzanghere e con otto squadre non posso dare il campo anche ai romeni». E rivendica anche la scelta di chiudere lo sportello immigrati del Comune: «Era un impegno in campagna elettorale e la stanza l'ho data alla Proloco, controllo anche tutti i documenti e le residenze degli stranieri come ufficiale dell'Anagrafe: sono razzista anche per questo?».

Martino Galliolo
05 febbraio 2010 - Corriere del Veneto

VIETATO AI CANI-Repubblica — 25 novembre 2007 di Alessandra Longo

VIETATO AI CANI
Repubblica — 25 novembre 2007 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA

L' ordinanza anti-sbandati del sindaco di Cittadella Massimo Bitonci non piace al ministro Amato e sta spaccando in due San Giorgio in Bosco, il piccolo paese veneto che ha dato i natali al senatore Luigi Pallaro, emigrato in Argentina. Il sindaco Leopoldo Marcolongo (eletto con la Margherita) l' ha definita «rozza, populista, incostituzionale». Il vicesindaco Tarcisio Villanova (Forza Italia) guarda al provvedimento con interesse. Il primo cittadino, amico del «Senador», difende la politica dell' accoglienza e ricorre alla memoria: «Ve li ricordate i nostri minatori nel Belgio Anni Cinquanta, ve li ricordate quei cartelli che dicevano: «Niente stranieri, niente bambini, niente animali»? E nella Germania anni ' 60 sapete che c' erano bar con questo avviso sulla porta: "Vietato ai cani e agli italiani"? Davvero la storia ci ha insegnato pochissimo. Io, quell' ordinanza, non la firmerò mai».
- ALESSANDRA LONGO

Pallaro City - Repubblica — 04 aprile 2007 di Alessandra Longo

PALLARO CITY
Repubblica — 04 aprile 2007 pagina 9 sezione: POLITICA INTERNA

Per il momento si chiama ancora San Giorgio in Bosco, ed è un grazioso paese nell' Alta padovana, ma non è escluso che in futuro possa venir ribattezzato Pallaro-City in omaggio al suo cittadino più illustre, «El Senador» di Palazzo Madama. Ormai quasi tutto parla di Luigi Pallaro. Il sindaco della Margherita, Leopoldo Marcolongo, annuncia che a San Giorgio nascerà il Museo dell' Emigrazione veneta. Costo preventivato: oltre un milione di euro. Chi dovrà darsi da fare per i finanziamenti? Pallaro, è chiaro. Dice il sindaco a News Italia Press: «E' lui che deve cercare di far trasformare in legge la proposta di istituzione della Rete Museale e trovare i fondi per portare a termine i lavori». Marcolongo, già ospite del Senador a Buenos Aires, trova che sia stato «il destino a far tornare Pallaro in questo momento storico». Lo ha già insignito del «Drago d' oro», massima onorificenza locale, e ha organizzato la presentazione di due libri del fratello Andrea, anche lui emigrato. A breve, sarà battezzata l' ultima fatica edita dal Comune: un volume di Paolo Miotto sull' emigrazione veneta in Argentina. Indovinate chi ha collaborato? El Senador, naturalmente. - ALESSANDRA LONGO

San Giorgio - Repubblica — 28 aprile 2006 di Alessandra Longo

SAN GIORGIO
Repubblica — 28 aprile 2006 pagina 17 sezione: POLITICA INTERNA

Mettetevi nei panni del sindaco di San Giorgio in Bosco, il ragionier Leopoldo Marcolongo, della Margherita. Di colpo, pochi giorni fa, il suo cellulare ha cominciato a suonare disperatamente. Non cercavano lui ma El Senador Luigi Pallaro che, a San Giorgio, o meglio in una frazione di questo paesino, seimila abitanti, provincia di Padova, ci è nato e vissuto prima di volare in Argentina, nel 1952. Tutto un chiamare, da Rutelli in giù: «Siamo orgogliosi di questa notorietà - dice Marcolongo - e dei nostri emigranti che si sono fatti strada». Emigranti? Sì, Pallaro mica è il solo, l' aria di San Giorgio fa miracoli. Il primo maggio, il sindaco consegnerà il «Drago d' Oro» ad un altro illustre membro della comunità, l' onorevole Frank Sartor, già primo cittadino di Sydney, dal 1991 al 2003, e ora «ministro della pianificazione dello Stato del Nuovo Galles del Sud». Lui arriva dall' Australia e si dice «molto onorato» di ricevere il riconoscimento attribuito nel 2000 a Pallaro. Il quale, fatto oggi il suo dovere di neosenatore a Roma, sarà presente alla cerimonia. I palazzi del potere sono avvisati: per almeno mezz' ora il cellulare di Marcolongo sarà spento. - ALESSANDRA LONGO

Clandestini, la pietà svanita


di ILVO DIAMANTI

CAMBIANO i tempi. Ma gli immigrati non si fermano. Nonostante governino forze politiche inflessibili e "cattive": gli stranieri continuano ad arrivare. Da est e da sud. Per terra e soprattutto per mare. Con ogni mezzo. Barche, barchini, barconi e gommoni. Partono in tanti. Ogni giorno.Uomini, donne e bambini. E in molti non arrivano. Quel piccolo pezzo di mare che separa l'Africa dalla Sicilia è un cimitero dove giacciono un numero imprecisato di imbarcazioni e migliaia dipersone. Gli stranieri continuano ad arrivare. Da est e da sud. Per terra e soprattutto per mare. Con ogni mezzo. Barche, barchini, barconi e gommoni.

Partono in tanti. Ogni giorno. Uomini, donne e bambini. E in molti non arrivano. Quel piccolo pezzo di mare che separa l'Africa dalla Sicilia è un cimitero dove giacciono un numero imprecisato di imbarcazioni e migliaia di persone. Persone? Per definirle tali dovremmo "percepirle". Invece non esistono. Sono "clandestini" quando si mettono in viaggio e quando riescono ad entrare nei paesi di destinazione. Ma anche quando vengono ammassati nei Cpa. Migranti perenni. Non riescono a trovare una nuova sistemazione - stabile e riconosciuta - ma non possono neppure tornare
indietro.

Come i 140 stranieri raccolti e trasportati dal cargo Pinar. Rimpallati fra l'Italia - che alla fine li ha accettati - e Malta. Indisponibile. Perché la fuga dall'Africa e dall'Asia, come l'esodo dai paesi dell'est europeo, spaventa tutti i paesi ricchi. Non solo noi. La vecchia Europa vorrebbe diventare fortezza. Trasformare il Mediterraneo in un canale inaccessibile. A cui mancano i coccodrilli, ma non gli squali. Eppure, nonostante la politica della fermezza, la tolleranza-meno-uno, i Cpa e migliaia di espulsioni.

Nonostante tutto: i flussi non si fermano. Gli sbarchi proseguono senza sosta. Da gennaio ad oggi:oltre seimila. Il doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Che già aveva segnato il livello più alto della nostra storia di immigrazione. Breve e travolgente. Nel 2008 erano sbarcati sulle nostre coste 37mila stranieri. Quasi il doppio del 2007. Difficile non nutrire dubbi sulla
produttività delle nostre politiche e della nostra politica. Anche se l'attuale maggioranza di governo ha vinto le elezioni promettendo di fermare gli stranieri. Di bloccare l'invasione. Con le buone ma soprattutto con le cattive.

Propositi chiari ma, fin qui, inattuati. Semplicemente perché inattuabili. Quando a migliaia intraprendono il viaggio sulle carrette del mare, stipati come animali. Come i disperati del Pinar. Dietro alle spalle le storie terribili raccontate da Francesco Viviano, su queste pagine, nei giorni scorsi. In fuga da persecuzioni, conflitti etnici. Dalla fame. Disposti a tutto. A ogni costo. Come la ragazza annegata con il suo bimbo in grembo, nelle acque davanti a Malta.

Questa emigrazione è una tragedia senza fine. Che, tuttavia, non ci commuove. Anzi, suscita perlopiù distacco e ripulsa. Difficile non cogliere la differenza con l'onda emotiva e la solidarietà sollevate dalla catastrofe in Abruzzo. Ma noi riusciamo a provare pietà e solidarietà solo quando le tragedie accadono sotto i nostri occhi. Quando i media le illuminano, minuto per minuto, luogo per luogo, in modo quasi compiaciuto. Quando la politica le accompagna e le segue da vicino. Perché si
tratta della "nostra" gente. Allora ci emozioniamo.

Gli "altri", invece, non hanno volto. Le loro tragedie non hanno quasi mai le aperture dei tigì. Gli sbarchi vengono raccontati come una calamità. Per noi. E a nessuno, comunque, verrebbe in mente di organizzare un G8 a Lampedusa. Non solo per ragioni logistiche. Naturalmente, si tratta di considerazioni che possono apparire "buoniste", fradice di retorica. E con la retorica non si risolvono i problemi. Non si proteggono le città insicure. I cittadini minacciati
dalla nuova criminalità etnica, dai clandestini che affollano le periferie.

D'altronde, in pochi anni siamo diventati un paese di grande immigrazione. Quasi come la Francia e la Germania. Fino a ieri eravamo noi, italiani, a disperderci nel mondo, a milioni, per fuggire la miseria. Ora invece ci sembra che il mondo si stia rovesciando su di noi. E questo mondo è troppo grande per stare dentro a casa nostra, dentro alla nostra testa. Noi non siamo in grado di controllarlo
né di comprenderlo. Non ci riusciamo noi. Ma non ci riescono, soprattutto, i poteri economici e finanziari, le istituzioni di governo. In balia dei collassi delle banche e delle borse, delle guerre, del terrorismo, delle epidemie.

La politica. Non riesce a difenderci ma neppure a spiegarci ciò che avviene. E rinuncia a contrastare le nostre paure. Anzi, complici i media, le enfatizza. Inventa muri e confini che non esistono. Promette di chiudere i nostri mari, di sbarrare le frontiere. Promette di difenderci, a casa nostra, dagli stranieri che si insinuano nei nostri quartieri. Ricorrendo a iniziative a bassa efficacia pratica e
a elevato impatto simbolico. Come le ronde. I volontari della sicurezza locale. Dovrebbero esercitare il controllo sul territorio un tempo affidato alle reti di vicinato, alla vita di quartiere, alla presenza quotidiana delle persone. Rimpiazzando una società locale che non c'è più. La politica.
Promette di difendere la nostra identità, la nostra religione, la nostra cultura, la nostra cucina. E per questo combatte contro la costruzione di moschee. Oppure lancia battaglie gastroculturali. Contro i cibi consumati per strada. Anzitutto e soprattutto: contro il kebab. Insieme alle moschee: icona dell'islamizzazione presunta del nostro paesaggio e della nostra vita quotidiana.

La politica e le politiche usate come placebo. Per rassicurare senza garantire sicurezza. Per guadagnare voti e consenso. La Lega, secondo i sondaggi, sembra essere riuscita a superare i confini del Nord padano e ad espandersi nelle regioni dell'Italia centrale. Tradizionalmente di sinistra. Ma la retorica della "protezione dal mondo", la costruzione della paura: non riguardano solo la Lega. E neppure la destra. Perché gli stranieri possono "servire", politicamente e culturalmente, ma tanto in quanto le distanze fra noi e loro sono visibili e marcate. Tanto in quanto
restano stranieri. Oggi, domani. Sempre. Lontani e diversi. In questo modo ci permettono di ritrovare noi stessi. Di ricostruire - artificialmente, per opposizione e paura - la nostra identità e la nostra comunità perduta. A condizione di fingere: che le nostre frontiere immaginarie, i nostri muri emotivi possano arrestare l'onda degli stranieri. A condizione di non vedere. Diventare ciechi e
cinici. Perdere gli occhi e il cuore.

Repubblica (26 aprile 2009)

Prima i residenti, poi, se avanza, i "foresti".


Nonostante l´emigrazione di fine Ottocento (Brasile), San Giorgio in Bosco nel 1928 contava 6.500 abitanti. La povertà era diffusa, ma i valori tradizionali legati alla famiglia patriarcale e alla Chiesa erano forti.
Dopo la seconda Guerra Mondiale l´emigrazione è divenuta inarrestabile sia verso l´Estero (Argentina, Canadà, Stati Uniti, Australia, Germania, Svizzera, Belgio, Francia), che verso l´interno dell´Italia (Lombardia e Piemonte in primis) facendo scendere la popolazione al minimo storico di 4.500 abitanti.
Con il boom economico degli anni ´60 e ´70 è arrivata sì la ricchezza, modificando in profondità il sistema valoriale tradizionale. Case nuove, fabbriche, auto; il benessere in tutte le sue sfaccettature. Va formandosi il mito del Nord-Est, del piccolo artigiano-agricoltore con la Mercedes che riesce a fare i "schèi". L´unico tratto di intolleranza era riservato allora ai Meridionali, che occupavano i posti pubblici a scapito dei Veneti.
Negli anni ´80 la scolarizzazione si diffonde e l´economia si sposta sempre più nei settori secondario e terziario. Aumenta la disponibilità dei posti di lavoro, ma diminuisce la natalità e la popolazione invecchia, creando un aumento della domanda di occupazione e nuovi problemi sociali. Si tratta di nuovi squilibri generati dall´abbandono dei modelli della società tradizionale e da un balzo economico mai conosciuto prima.

L´otto agosto 1991, con l´arrivo della nave "Vlora" al porto di Brindisi, anche San Giorgio ospita i primi tre Albanesi spalmati dal Governo su tutto il territorio nazionale. Da paese di emigranti ci scopriamo paese di immigrazione. Nel frattempo la popolazione è ritornata a quota 6.300 abitanti, 600 dei quali extracomunitari e neocomunitari. I tre gruppi maggiormente rappresentati sono:
I Romeni che, dopo aver soppiantato gli Albanesi, rappresentano l´etnia prevalente (50%). Sono quelli integrati meglio perché di religione cristiana e con miglior facilità ad apprendere la lingua italiana. Tuttavia fra loro sono presenti elementi violenti e poco disposti ad osservare le regole, creando nell´immaginario collettivo l´opinione che siano tutti criminali e che siano extracomunitari, mentre non lo sono.
Gli afro-asiatici che, dopo l´attentato alle Torri gemelle del 2001, sono visti con sospetto e considerati fondamentalisti e terroristi. La loro ostentazione di segni esteriori come il velo, viene vista come una scarsa propensione all´integrazione.
I Cinesi, praticamente impenetrabili e invisibili, generano l´impressione di un pericolo inafferrabile e quindi peggiore del reale. Quando si parla di laboratori clandestini e di schiavitù, il pensiero va a loro.

San Giorgio, come il resto dell´Italia, non poteva assorbire in meno di vent´anni una trasformazione così forte da apparire come un´aggressione all´identità e al benessere raggiunto. Se guardiamo ai 130 anni di storia dell´emigrazione italiana, pur in tempi e condizioni diverse, e tralasciando il facile stereotipo dell´Emigrante Italiano sempre bravo e laborioso, è evidente che le difficoltà di integrazione sono sempre le stesse. Volevamo braccia, ma sono arrivati uomini, è stato scritto!

Se è vero che la storia insegna qualcosa, non possiamo dimenticare che l´emigrazione è sempre esistita e ci sarà sempre finché il Mondo continuerà a dividersi fra Paese ricchi e Paesi poveri. Chi si sposta per fame, persecuzioni o guerre non si ferma a leggere i cartelli di divieto, né si spaventa per il reato di immigrazione clandestina, né viene fermato dal filo spinato.

Secondo gli studiosi lo squilibrio demografico del Nord-Est continuerà almeno fino al 2050 perché anche gli immigrati hanno cominciato ad avere meno figli e quindi ci sarà forse bisogno di altra Immigrazione per mantenere l´economia. Non essendo possibile fermare i flussi migratori è necessario affrontarli con pragmatismo.
Anziché fomentare la paura dello straniero - sempre di moda nei tempi di crisi economica - è necessario integrare i nuovi arrivati, stabilendo un patto di integrazione. Casa, corsi di lingua italiana, diritto di voto, diritto di coltivare le proprie tradizioni e religioni, nel reciproco rispetto delle Leggi del nostro Paese.

La Lega Nord ha forse saputo cogliere prima di altri partiti le esigenze del Nord-Est, ma invece di rispondere con un progetto costruttivo ha deciso di fondare il proprio pensiero sulla paura, prima dei meridionali e poi degli extracomunitari. Ha generato l´illusione che sia possibile sfruttare di giorno il lavoratore straniero per poi farlo scomparire di notte per non turbare il quieto vivere degli Italiani. Al motto di Roma-ladrona, la Lega è riuscita a entrare nella stanza dei bottoni del potere politico tradendo subito il Nord quando ha votato finanziamenti ai comuni non virtuosi di Roma e Catania e promettendo un federalismo che rimane utopia. Ai sindaci veneti che a Roma hanno chiesto il federalismo hanno riposto che non serve protestare perché sono loro i custodi delle rivendicazioni del Nord. A Roma i Ministri Zaia e Brunetta votano le centrali nucleari, poi dicono ai veneti che in Veneto non si faranno mai. Ma dov´è la coerenza?
I Leghisti, dopo i miti pagani dell´acqua del Po´ e dei matrimoni celtici, fiutando il malessere di una parte dell´elettorato cattolico si sono trasformati in paladini della cristianità diventando nuovi Crociati e brandendo il crocefisso come una spada. Con le ordinanze sulla sicurezza e le ronde la Lega cerca di anestetizzare il Nord-Est facendo leva sulla pancia della popolazione, sulla sua paura. C´è un´ordinanza per tutto: per la residenza, per le case popolari, per le panchine, per i colombi, per il crocefisso, per gli assembramenti nei giardini pubblici. Non importa poi se il Tar le boccia perché illegali. L´importante è avere ogni giorno visibilità sui giornali e le televisioni.
Ora la Lega garantisce il potere del Presidente Berlusconi che, in cambio, le ha venduto il Veneto, come fece Napoleone con l´Austria. E comunque le decisioni non si sono mai prese in Veneto, ma in Lombardia. La Lega camperà finché i Veneti non capiranno che sono stati imbrogliati.

In questa deriva forcaiola il vento leghista è soffiato anche nell´Alta Padovana e grazie ai media sono nati i sindaci-sceriffi. Prima Bitonci, ora anche Onorevole, e poi tutti gli altri in fila per avere il loro momento di visibilità mediatica.

Durante i miei dieci anni di amministrazione (1999-2009) a San Giorgio il Paese aveva faticosamente iniziato percorsi di integrazione per gli immigrati, stabilito rapporti di gemellaggio con la Bosnia, lanciato il programma per la realizzazione del Museo dell´Emigrazione Veneta, allacciando contatti con i nostri Emigrati all´estero, anche con viaggi in Brasile e Argentina.
Con l´avvento della nuova amministrazione siamo ritornati all´oscurantismo. E´ più facile distruggere che costruire. Sono stati tolti i cartelli del gemellaggio, chiuso lo sportello per gli extracomunitari, azzerato il progetto del Museo. Si è inaugurata la stagione di un potere che va esaltato ed esibito ogniqualvolta si presenti un´occasione che permetta di fare rumore. La concessione di una sala comunale o di un campo da calcio è stabilita in base agli iscritti residenti nel paese. Prima i residenti, poi, se avanza, i "foresti".

Il caso della negazione del campo da calcio alla quadra romena assume i connotati del neofascismo, quando si afferma che il campo, già usato da 7 squadre, si rovina con l´ottava. L´apice è stato toccato affermando che la squadra romena è sponsorizzata dal sindaco Marcolongo e che la precedente amministrazione non ha mai fatto pagare l´utilizzo del campo ai romeni.


Quello che bisogna sapere è invece che:
nessuna squadra ha mai pagato per l´utilizzo dei campi da calcio, nemmeno quelle locali (è il Comune che deve farsi carico di sostenere le squadre di calcio);
la sponsorizzazione dura da prima dell´attuale amministrazione;
i Romeni non posso votare per il Partito di Marcolongo (il PD) perché non hanno diritto di voto (possono votare solo per le Europee).


San Giorgio in Bosco, 18 febbraio 2010
Leopoldo Marcolongo

venerdì 12 marzo 2010

MUSEO NAZIONALE DELLE MIGRAZIONI - L’Italia nel mondo - Il mondo in Italia







Roma, 26 ottobre 2007 – Ministero degli Affari Esteri

Innanzitutto ringrazio il Vice ministro on. Franco Danieli per avermi invitato a questo convegno e porgo un saluto ai relatori e agli ospiti.

Il Museo dell’Emigrazione veneta di San Giorgio in Bosco è un progetto per la realizzazione di una sede museale che ospiterà la storia dell’epopea migratoria veneta. Un luogo per ricordare, ma che vuol diventare anche uno spazio per mantenere vivi i contatti con i nostri emigrati all’estero, soprattutto i giovani. Quella degli emigranti Veneti – e di altre Regioni Italiane – nel mondo, è un’epopea sostanzialmente dimenticata. La Regione che ha fatto registrare il più rilevante flusso in uscita dal Paese è il Veneto, dall'unita' d'Italia al 1961: oltre 2 milioni e 800 mila emigrati. I tassi variano dal 12 al 34 per mille della popolazione, con punte fino al 300/400 per mille in alcune zone (Polesine, Comelico, Agordino...). Tra il 1946 e il 1976 la presenza dei veneti all'interno dei flussi dell'emigrazione si attesta intorno al 23%. Ad aprile 2007, limitatamente alle iscrizioni all'anagrafe dei cittadini italiani residenti all'estero (AIRE), i veneti risultano essere 248.298 in 166 paesi diversi, pari al 5,2% della popolazione, ponendo la regione al settimo posto per emigrazione; nel contempo, gli immigrati residenti nel Veneto sono oltre 350 mila provenienti anch'essi da 166 Paesi diversi, pari al 7,3% della popolazione veneta, piazzando il Veneto al secondo posto fra le regioni italiane per immigrazione. Sono alcuni dei molti dati contenuti nel ''Rapporto Italiani nel Mondo 2007'', realizzato dalla Fondazione Migrantes in collaborazione con il Comitato promotore composto da Acli, Inas-Cisl, Mcl e Missionari Scalabriniani.

Emblematico è il caso del Comune di San Giorgio in Bosco, dalle cui contrade nel solo periodo dal 1870 al 1898 sono partiti oltre quattromila concittadini fra emigrazione interna ed estera; in quel tempo gli abitanti di San Giorgio in Bosco erano 3/4 mila. Oggi sono 6000.
Il progetto prevede il recupero del corpo centrale di Villa Bembo (sec. XVI), le cui imponenti barchesse, già restaurate, sono dal 2001 sede comunale.
L’intervento di restauro è gia stato avviato con improcrastinabili lavori di somma urgenza per il recupero delle coperture e del solaio dell’ultimo livello. La villa è organizzata su tre piani di circa 240 metri quadrati di superficie l’uno, per una superficie complessiva di 720 metri quadrati. Il piano terreno è in parte occupato da un monumentale portico d’ingresso ad occidente, mentre la distribuzione dei vani interni avviene ai lati di un grande salone centrale passante, con andamento est-ovest. Il primo piano, che costituisce il piano nobile dell’edificio, è organizzato ai lati di un ampio salone centrale. Il solaio superiore è costituito da un’orditura primaria in travi squadrate tipo “Sansovino”, che all’intradosso si presentano in gran parte laccate e decorate, sovrastate da un assito ligneo anch’esso, in estese porzioni, laccato. Il secondo piano, corrispondente al sottotetto, è organizzato in un unico grande vano. La copertura dell’edificio è costituita da un tetto a quatto falde a piramide. L’intervento di restauro, di somma urgenza, è guidato da rigidi presupposti conservativi ed ha anche l’obiettivo di rimuovere le cause di degrado, ripristinando l’efficienza delle strutture e l’originaria dignità estetica.
Nel Veneto non ci sono Musei dell’Emigrazione Veneta e quello di San Giorgio in Bosco, collocato in buona posizione, su una strada di grande comunicazione come la Valsugana, equidistante da Padova, Vicenza e Treviso, vicino all’autostrada Venezia-Milano, si trova in una posizione strategica. Neppure nel resto d’Italia ci sono realtà di questo tipo, se si esclude Gualdo Tadino, in Umbria e San Marino.

I restauri sono costosi, ma ritengo che la sede scelta sia prestigiosa e rappresenti il “riappropriarsi” di una villa di quella Borghesia rurale che, in gran parte, fu causa dell’emigrazione. Il primo stralcio di 553.000 euro, finanziato con 162.000 euro dalla Regione Veneto, per il restauro del tetto di Villa Bembo è già stato appaltato e i lavori, iniziati il 12 marzo 2007, termineranno entro il 2007. Per rendere agibile il resto del fabbricato servono circa 1.300.000 euro. Abbiamo già ottenenuto un finanziamento di 721.000 euro sui fondi dell’otto per mille. Stiamo anche prendendo contatti con Fondazioni Bancarie interessate al progetto. Purtroppo una Proposta di Legge per una rete Museale in Italia presentata nella precedente Legislatura, che comprendeva il Museo di San Giorgio in Bosco, presentata dall’On. Flavio Rodeghiero, non ha avuto successo, ma noi crediamo che, se l’idea è buona, i risultati arriveranno.

Non pensiamo a un Museo solo di vecchie fotografie. Vogliamo sfruttare il grande amore verso l’Italia e la sua cultura rivolgendoci alle nuove generazioni di emigrati che, riscoprendo le loro radici nel Veneto, scopriranno anche i suoi prodotti commerciali. Noi abbiamo nel mondo milioni di “ambasciatori”, persone che spesso ricoprono posti di responsabilità. Dobbiamo solo arrivare a loro perché, a parità di condizioni, preferiranno i prodotti italiani e Veneti in particolare. Non faremo quindi gli “agenti di commercio”, ma prepareremo loro il terreno. Le attività del Museo, con la collaborazioni determinante dell’Assessorato al Flussi Migratori del Veneto rappresentato dal Dr. Oscar De Bona, saranno quindi rivolte a favorire la lingua e la cultura Veneta, gli stages di giovani oriundi, i convegni, i circuiti turistici alla riscoperta dei nostri tesori d’arte e di storia, la realizzazione di studi sull’Emigrazione e di un sito internet che rappresenti un punto di riferimento. Possiamo contare su emigrati illustri del nostro paese come l’attuale Senatore per gli Italiani all’Estero Luigi Pallaro di Buenos Aires e il fratello Andrea, Frank Sartor, ex sindaco di Sidney e attuale Ministro del Nuovo Galles del Sud, in Australia, ed infine l’Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche mons. Francesco Brugnaro. Tutti costoro sono già stati ospiti di San Giorgio in Bosco ed ai primi due è stato assegnato il “Drago d’Oro”, riconoscimento annuale ai cittadini che si sono particolarmente distinti e hanno portato in alto il prestigio del loro paese d’origine.

Non ci muoviamo sul terreno di altre prestigiose Istituzioni che molto e bene fanno per il Veneto, ma in loro sinergia. Non è nostro compito sostituirci alle Camere di Commercio che storicamente promuovono all’estero le nostre aziende, ma ci serve anche la loro organizzazione per scoprire i nostri emigrati. Non vogliamo nemmeno sostituirci alle storiche e ben solide associazioni come Padovani nel Mondo, Bellunesi, Vicentini, Trevisani, ecc, bensì vogliamo mettere a loro disposizione, se lo vorranno, spazi e iniziative per creare sinergie, data la difficoltà di trovare nuove risorse. Ad esempio abbiamo già realizzato l’anno scorso, con l’ANEA, una mostra fotografica sull’Emigrazione e, con la Provincia di Padova, “Musi Neri” uno spettacolo teatrale sulla tragedia dei minatori di Marcinelle con l’associazione “Experimenta” di Filippo Tognazzo.

Non ci sarà nessuna sovrapposizione ma sinergia con Regione Veneto, Province, Associazioni storiche dell’Emigrazione, Università, Comuni del Veneto, Organizzazioni Religiose che dedicano la loro Pastorale ai nostri Emigrati. Il nostro Museo si distingue e risponde a logiche oggi non particolarmente seguite e comunque servirà da coordinamento di molte iniziative che non parlano tra loro (ognuno coltiva il proprio orticello). Un luogo cioè dove tutti possono riconoscersi e ritrovarsi, dopo generazioni, partendo dal Veneto e andando dovunque nel mondo. Un Museo inteso come memoria viva e propulsore di avvicinamento degli italiani all’estero o, se vogliamo, di una casa comune, della quale si avverte la necessità.

Il Senatore Luigi Pallaro, che il destino ha voluto far ritornare in Italia in questo particolare momento storico di riscoperta dell’Emigrazione, ha la responsabilità di promuovere la Proposta di Legge di istituzione della Rete Museale, oltre a quella di affiancarci nella ricerca dei finanziamenti per portare avanti i lavori del Museo. Naturalmente il completamento dipenderà dai finanziamenti. Pensiamo possa essere realistico prevedere due o tre anni per terminare l’opera.

In questa fase non sono comunque i muri la cosa più importante, ma la creazione della struttura che gestirà il Museo. Come componente la Consulta dei Veneti ho già avuto occasione di andare in Brasile, a Rio Grande do Sul e sono stato ospite in Argentina dei Fratelli Pallaro. Queste visite sono servite per raccogliere materiale, sondare accordi di gemellaggio, prendere coscienza del fenomeno migratorio, stabilire contatti con i consultori Veneti di tutto il mondo. Presso la biblioteca di San Giorgio in Bosco si è iniziato a catalogare libri, lettere, schede, fotografie. Abbiamo l’intenzione di istituire al più presto un ufficio che possa dedicarsi esclusivamente al Museo e alla creazione di un apposito sito internet. Abbiamo presentato due libri di Andrea Pallaro, fratello del Sen. Luigi Pallaro che raccontano la sua avventura in Argentina. Presenteremo fra poco un libro edito dal Comune sull’Emigrazione locale, curato dal Prof. Paolo Miotto e l’importante volume sull’emigrazione Veneta in Argentina del Prof. Devoto. Siamo inseriti in un circuito turistico che ha già portato una delegazione brasiliana a visitare l’istituendo Museo. Abbiamo dato la cittadinanza italiana a otto ragazzi di origine brasiliana ospiti a San Giorgio in Bosco. Abbiamo anche istituito un Premio per favorire tesi di laurea che si occupano di emigrazione e stiamo organizzando una mostra fotografica sugli attuali emigrati del Brasile.
Il richiamo delle proprie radici è un richiamo forte, una necessità: un popolo senza memoria non ha futuro. Elisabetta Menegatti di Foza ha descritto così l'importanza delle proprie radici:

Un Paese vuol dire non essere soli…
c'è qualcosa di te che rimane e ti aspetta…
E' il Paese dei Tuoi, è il tuo Paese, ove vorresti arrivare
di ritorno da un lungo viaggio
perché è il luogo più caro al tuo cuore.

Esprimo quindi un grande interesse per l’istituzione del Museo Nazionale delle Migrazioni di Roma e per quelli di Genova e Napoli, purché non venga trascurato l’apporto di musei regionali, anche tematici, che possono meglio rappresentare aspetti particolari del fenomeno migratorio.
Per quanto riguarda le modalità di gestione, abbiamo pensato che la Fondazione in partecipazione possa essere lo strumento che meglio valorizza il progetto.
Sono a conoscenza che nella scorsa Legislatura ci sono state diverse Proposte di Legge per creare una rete museale. Su questo aspetto auspico l’unificazione delle sinergie, in modo da arrivare a un’unica proposta condivisa, perchè “singoli strumenti musicali suonano meglio se riuniti un un’orchestra”.


Leopoldo Marcolongo - Sindaco del Comune di San Giorgio in Bosco (Padova)

http://www.comune.sangiorgioinbosco.pd.it/portal/it/arte-cultura/MuseoEmigrazione
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VENETI NEL MONDO
periodico d'informazione on line per i nostri corregionali all'estero
anno XI - n. 10 ottobre 2007

Cultura

Una fondazione per il museo dell'emigrazione veneta di San Giorgio in Bosco ( e un premio per una tesi di laura)


Il sindaco di San Giorgio in Bosco, Leopoldo Marcolongo, strenuo e tenace ideatore del costituendo Museo dell’emigrazione veneta ha fatto il punto sulla sistemazione di villa Bembo;all'incontro è intervenuto anche il bibliotecario Francesco Mazzonetto il quale ha illustrato le ultime iniziative che concorrono a questa importante creazione.

Sindaco Marcolongo, qual è lo stato attuale dei lavori di sistemazione di Villa Bembo, prossimo Museo dell’Emigrazione Veneta?

In questi giorni si sta completando il primo stralcio di lavori, che comprendeva il restauro e il consolidamento statico di tutta la struttura originaria del tetto e dell’ultimo piano dell’edificio: sono state consolidate tutte le travature lignee che versavano in uno stato di grave degrado. Nel rifacimento del manto di copertura si è inoltre realizzato un tetto ventilato, in modo che d’inverno sia coibentato e d’estate il calore venga disperso da intercapedini con cambio d’aria, altrimenti un sottotetto sarebbe inutilizzabile. Sono state applicate nuove grondaie pluviali con tubi discendenti, collegate con una rete di smaltimento idraulico. E’ stato realizzato l’impianto di protezione dalle scariche atmosferiche. Nel giro di un mese, o poco più, sarà restaurata la facciata principale con gli intonaci e la parte lapidea del complesso.
I balconi sono stati rifatti con degli scuri nuovi, ma anche le altre finestre ne avranno di nuovi, come pure le due trifore del salone passante del piano nobile. Da tenere presente che il consolidamento dell’ultimo piano con tiranti, catene, era la parte che più necessitava di interventi, altrimenti si rischiava il crollo di tutto il sistema di copertura. In più è stato predisposto uno spazio ad hoc per il passaggio dell’ascensore-montacarichi. Insomma la vecchia struttura è stata adeguata alle nuove normative previste per l’uso pubblico.
Dall’esterno si vedono due camini totalmente nuovi…
Infatti sono stati ripristinati i due camini monumentali per conferire più valore alla villa stessa. I modelli per questi sono stati presi da vecchie ville veneziane del sei-settecento, che sono camini non solo destinati al tiraggio, ma che fanno parte integrante del complesso: ripristinarli era come restituire significato monumentale alla villa stessa. Non sono camini a scomparsa e si possono infatti vedere dalla strada e fanno parte dell’architettura storica. Ci saranno anche degli abbellimenti esterni con una fontana con testa di cavallo e decorazioni varie che ricorderanno i vari paesi dove si sono diretti gli emigrati veneti. In biblioteca esiste il modello di massima dell’intero complesso.

C’è un progetto per l’uso di tutto il complesso monumentale-museale?

Stiamo lavorando per concretizzare il progetto di una Fondazione per la gestione di tutta la struttura e delle relative iniziative per far funzionare tutto l’organismo. Il Comune infatti non può accollarsi tutti gli oneri connessi a tale struttura. Ci sarà bisogno di una Fondazione snella, con segreteria che tenga i contatti con tutti i corrispondenti, soprattutto esteri, e valorizzi nel contempo il museo stesso. Anche per questo è stata creata una borsa di studio-premio che possa coinvolgere studenti, giovani, professori, per studiare il fenomeno complesso dell’emigrazione veneta. La Regione ci ha finanziato con 162.000 Euro. Abbiamo richiesto un ulteriore finanziamento di cifra analoga all’Assessore ai Flussi Migratori Oscar De Bona.
Al bibliotecario Francesco Mazzonetto chiediamo come è nata l’idea di questa borsa di studio e di illustrarla agli interessati.
La borsa di studio è nata sull’esempio di altri comuni o enti di tipo culturale che hanno istituito questi premi per raccogliere notizie sugli aspetti dell’emigrazione che interessava loro. C’è l’esempio dell’Altopiano d’Asiago, di Camposampiero, che s’interessano di specifiche tematiche.
Nel caso nostro ci è sembrato un canale molto valido per interessare, coinvolgere possibilmente, il mondo accademico nell’idea che stiamo portando avanti, cioè la Fondazione di un Museo, presso tutte le Facoltà e i Dipartimenti che abbiano interesse ai vari aspetti dell’emigrazione. La diffusione dell’idea presso le Università del Veneto è finalizzata alla costituzione di un comitato scientifico in seno alla costituenda Fondazione.
E allora avete pensato ad un bando di concorso per una tesi di laurea di grande interesse…
Esatto, e gli argomenti di studio proposti dal bando sono molteplici: si va dagli aspetti etnografici, storici, artistici, giuridici, urbanistici, folcloristici, a quelli economici, scientifici e ambientali riferiti al presente e al passato del fenomeno migratorio. Abbiamo interessato Facoltà e Dipartimenti delle tre Università del Veneto, Padova, Venezia e Verona, inviando ai rispettivi presidi e direttori, il bando: 16 a Padova, 13 a Verona, 11 a Venezia, precisamente a Ca’ Foscari. Abbiamo interessato anche gli uffici di dottorato e formazione post lauream delle stesse Università.

Come funziona il bando e quali sono i premi?

Il bando prevede l’assegnazione di un premio di 500 Euro riservato ai laureati che abbiano discusso una tesi sugli argomenti anzidetti nei due precedenti anni accademici presso le Università venete, con deroga per gli studenti di San Giorgio in Bosco, che si siano laureati presso altre Università italiane. Inoltre, la Commissione giudicante può riservarsi di attribuire un massimo di due segnalazioni, di 250 Euro ciascuna, a tesi di laurea ritenute particolarmente meritevoli. Gli interessati potranno presentare i lavori entro il 28 dicembre 2007. Tutte le informazioni sul mando possono essere reperite sul sito Internet del Comune di San Giorgio in Bosco.
E’ in stampa anche un libro sui sangiorgesi nel mondo…
Il testo sui sangiorgesi nel mondo, attualmente in stampa, è stato in parte finanziato dalla Regione Veneto con 4 mila Euro e ha la prefazione dell’Assessore De Bona, mentre la Provincia di Padova ha offerto il suo patrocinio.

Veneti nel Mondo
Registrazione Tribunale di Venezia n. 1314 del 14-01-99
direttore responsabile Giorgio Spigariol
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http://www.italplanet.it/interna.asp?sez=304&info=4610

èItalia number 34, July-August 2005

A museum to recount the emigration from Veneto
di Ghileana Galli

The museum will be built in the province of Padua. It will focus on the phenomenon of emigration next to a number of cultural and economic projects that mainly address the young generations. A MUSEUM OF EMIGRATION AT SAN GIORGIO IN BOSCO IS IN THE PIPELINE


Leopoldo Marcolongo, the mayor of San Giorgio in Bosco in the province of Padua, said that Veneto will soon host a museum on emigration. It will focus on the vicissitudes (often neglected) of hundreds of thousands of people from Veneto seeking their fortune abroad from the end of the 19th century through to the fist half of the 20th century. San Giorgio in Bosco's Town Council and Veneto Region are involved in the project, which is also supported by the Italian Parliament. However the project is still in its early stages. The mayor explained in fact that "we are first of all renovating the main structure of Villa Bembo , a 16th century building chosen to house the museum.
This is a major project mostly in terms of costs, however the Region has already supplied some initial funds". The second phase concerns the sourcing of the material (photographs, documents and miscellaneous objects such as letters, original passenger tickets and suitcsases) so as to transform the museum into a source of education.
The museum is also intended to protect and promote the history of emigration from Veneto with a focus on emigration from Padua. "We are currently collecting material for a volume on the subject of emigration from San Giorgio in Bosco and from Veneto in general.
This activity is the starting point of a huge project, which also includes the exhibition 'La valigia di cartone' (The cardboard suitcase) that we organized a few months back", the mayor explained. Creating a 'living' museum that is designed to restore relations between the children and the grandchildren of the emigrants is a top priority. It also gives them a chance to get to know their homeland also through training and cultural projects such as training courses or University lectures.
What's more, different types of interaction including economic cooperation are also in the pipeline. Hence, the participation of the Italian Chamber of Commerce in Buenos Aires (the President Luigi Pallaro is from San Giorgio in Bosco) to the initial stages of the project is also crucial. "Based on these participations we are hoping to involve Italian and foreign entrepreneurs in our project both in terms of trading activities and joint ventures.
If Argentina is our first point of reference, we are also looking to extend our cooperation to other countries involved in the emigration process both in South America and in the rest of the world", Leopoldo Marcolongo emphasized. Historically, Veneto is a land of emigrants. Then, why has the choice of a regional museum of emigration fallen on San Giorgio in Bosco? "Our town was particularly affected by this phenomenon. Suffice it to say that from 1870 onwards over four thousand fellow townspeople left.
This is an exceptional number of people, given that at present our town has a total of approximately six thousand inhabitants. North and South America and Australia were the most popular destinations of this mass emigration phenomenon. However, in recent times our fellow citizens have also emigrated to countries closer to Italy, like Germany and Belgium", Leopoldo Marcolongo explained.

Perchè conservare il voto degli italiani all'estero


Lo scandalo del Senatore Di Girolamo, eletto nel 2008 con il voto degli italiani all'estero, fa riemergere le critiche a una riforma fortemente voluta da Mirko Tremaglia, che dava voce a quegli italiani emigrati che conservano la cittadinanza italiana e che sono una risorsa per l'Italia. Non è colpa del voto estero se nelle liste sono candidati i mafiosi, ma della politica che continua a inserire personaggi indagati anche in questi giorni nelle liste per le regionali.
Altre elezioni discutibili, come quello di Sergio de Gregorio e Esteban Juan Castelli poi, ci richiamano all'urgenza di rivedere un meccanismo che, nato con tutte le buone intenzioni, non ha raggiunto i risultati sperati.
Già il caso del Senador Luigi Pallaro, che non è stato rieletto per i noti brogli in Argentina, aveva infastidito non poco la politica italiana perchè la storia gli aveva riservato la strana sorte di essere l'ago della bilancia in Senato. Tra l'altro, non è certo Luigi Pallaro che ha fatto cadere il governo Prodi. Ma, per gli italiani eletti all’estero, la politica italiana conta relativamente perchè chi è all'estero non paga le tasse in Italia, né viene influenzato dai provvedimenti che riguardano i residenti nel nostro Paese.
Chi viene eletto all'estero, 12 deputati e 6 senatori, cura gli interessi degli italiani all'estero.
Nel mondo si trovano oltre 50 milioni di discendenti italiani emigrati in 130 anni, quasi 4 milioni dei quali con nazionalità italiana e diritto di voto. Molti hanno raggiunto posti di prestigio nei loro stati e guardano con interesse all'Italia. E' un patrimonio da valorizzare perchè sono i nostri naturali “ambasciatori” nel mondo. Emigrati che, a parità di condizioni, comprano macchinari e prodotti italiani perchè conservano l'Italia nel cuore. Sono importanti le politiche rivolte in particolare alle giovani generazioni per far conoscere non solo la nostra cultura, ma anche la nostra realtà economica, creando così un ponte tra i loro paesi e l'italia.
Ecco perchè non è una “barzelletta”, come dice il Ministro Calderoli, il voto degli italiani all'estero, ma la riscoperta di un patrimonio per troppo anni dimenticato. Solo dall'anno scorso l'Italia ha istituito il Museo Nazionale dell'Emigrazione per recuperare la memoria dell'esperienza migratoria del nostro Paese. La storia della nostra emigrazione poi dovrebbe anche essere insegnata nelle nostre scuole perchè, solo studiando l'esperienza migratoria, potremo meglio affrontare i temi dell'immigrazione.
E' necessario certo intervenire su diversi aspetti del voto estero, dalla configurazione delle circoscrizioni elettorali, all'anagrafe degli aventi diritto, al meccanismo elettorale che si presta a infiltrazioni mafiose, ma il voto dei nostri emigrati conviene tenerlo perchè è interesse, prima di tutto, dell'Italia e degli Italiani.

Leopoldo Marcolongo San Giorgio in Bosco, 28 febbraio 2010

giovedì 11 marzo 2010

Monongah 1907-una tragedia dimenticata





Il Gazzettino Venerdì 7 Dicembre 2007 Edizione Nazionale

Caro Gazzettino,
il 6 dicembre di cento anni fa accadeva la più grave tragedia del lavoro che abbia mai coinvolto Italiani all'estero. Una grande esplosione all'interno della miniera di Monongah (West Virginia - Usa), fece crollare le gallerie e uccise tutti i minatori al lavoro, tranne uno. Tra le 361 vittime ufficiali, (americani, americani di colore, austriaci, ungheresi, russi e turchi), si contarono 171 minatori italiani. Erano originari in gran parte dei paesi del Mezzogiorno d'Italia, e tra tutti gli altri, venivano costretti dai "bossi" (i capi) ai lavori più duri e pericolosi. In realtà le vittime italiane furono molte di più, ma non fu possibile identificarne i nomi perché gli uffici della miniera non tenevano una registrazione precisa di chi entrava giornalmente nelle gallerie e la devastazione dello scoppio rese impossibile recuperare tutti i corpi. I membri della commissione d'inchiesta allora istituita non si misero d'accordo sulle cause del disastro, ma precisarono che la compagnia mineraria aveva rispettato le norme di sicurezza. E quindi la catastrofe era frutto di casualità o di negligenza dei bambini e adolescenti che aiutavano il minatore. I minatori, infatti, potevano portarsi quattro o cinque aiuti che venivano pagati con una parte del loro salario, senza comunicarne il nome alla compagnia, in base al "buddy sistem". Questo spiega perché il numero effettivo di morti venga stimato in mille persone. Quel 1907 non ci fu Natale a Monongah .
La notizia passò sottotono sui giornali italiani. Nell'elenco ufficiale dei 171 minatori morti a Monongah figura anche un veneto, Victor Davia. Da documentazione in possesso del Museo dell'emigrazione veneta di San Giorgio in Bosco si tratterebbe di Davià (ora Da Vià) Vittorio, nato il 3.10.1866, di Domegge di Cadore (Bl), figlio di Vigilio e di Fedon Maria Luigia, coniugato negli Stati Uniti con l'italiana De Carlo Catterina. Della sua morte non risulta alcun atto presso il Comune di Domegge. Bisognerà ora proseguire le ricerche sui documenti americani.
Questa tragedia è diventata il simbolo della vita faticosa di milioni di persone costrette ad emigrare in un'epoca in cui il bisogno di lavorare contava più dei diritti umani e sociali dei lavoratori. Commemorare "la tragedia dimenticata" è un modo di rendere omaggio anche a tutti gli altri nostri emigrati che in varie parti del mondo e in epoche diverse sono caduti in incidenti del lavoro o sono rimasti vittime di sfruttamento e di violenza xenofoba. Ricordare criticamente la storia del lavoro italiano nel mondo serve, inoltre, anche a noi in Italia che stiamo vivendo la difficile transizione sociale da Paese di esodo a realtà d'accoglienza. Ridare un nome e un volto ai minatori di Monongah ci deve anche portare a un'analoga attenzione verso le condizioni di lavoro dei migranti di oggi, purtroppo principali vittime degli infortuni sul lavoro. I tempi e le situazioni sono diversi, ma il rispetto dei diritti e della solidarietà umana non può essere diverso.

Leopoldo Marcolongo
sindaco di San Giorgio in Bosco - Museo dell'emigrazione Veneta
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Quel veneto di Domegge morto a Monongah in miniera
Cento anni fa. Un passato che abbiamo dimenticato in fretta
Risponde Edoardo Pittalis


Quello che accadde cento anni fa a Monongah , nel West Virginia, fu davvero l'ecatombe degli italiani. Il 6 dicembre 1907 un'esplosione nei cunicoli della Fairmont Coal Company uccise forse un migliaio di persone. Il numero esatto non è mai stato accertato, più di mille pare, certo furono riempite 500 casse di legno. Almeno 171 vittime erano emigrati italiani. Il disastro minerario più grande della storia italiana, più che a Marcinelle nel Belgio, dove nel 1956 morirono 136 italiani. Sono rimaste le pietre tombali di molti di loro e anche tante croci senza nome perché gran parte dei corpi erano irriconoscibili. Lapidi piene di errori e di disperazione che soltanto adesso sono state recuperate. Per la prima volta dopo cent'anni il governo italiano, tramite la Farnesina, ha stanziato 100 mila dollari per i lavori di restauro.
Quei minatori estraevano carbone e ardesia, vivevano in baracche di legno ricoperte di carta catramata, in dieci per stanza, pagavano anche 10 dollari, metà dello stipendio. La Compagnia aveva loro pagato il viaggio, 15 dollari che sottraeva dalle paghe nei primi mesi. Il campo di lavoro era controllato da guardiani armati perché nessuno potesse evadere. Non si fidavano di nessuno, i morti avevano i risparmi arrotolati nella cintura. In un secolo nel West Virginia sono morte nelle miniere 20 mila persone. Oggi non ci sono più le miniere. Le inchieste del 1907 non hanno mai trovato responsabili. Gli italiani erano arrivati dal Molise, dalla Calabria, Abruzzo, Campania. C'era anche un veneto, come con affetto segnala il sindaco di San Giorgio in Bosco che per conservare la memoria della nostra emigrazione sta allestendo un Museo dell'Emigrazione Veneta. Il sindaco padovano fa bene a recuperare la storia di questo veneto di Domegge di Cadore, emigrato negli Usa, e del quale anche il suo paese ha perduto le tracce. Monongah non è soltanto una "tragedia dimenticata", è anche una lezione che viene dal passato per insegnarci a capire il presente: nella storia c'è sempre lo specchio di quello che siamo stati. C'è un passato che molti tendono a dimenticare e che, invece, non va rimosso. Si tratta del nostro passato di emigrati sfruttati, maltrattati, malpagati, insultati e umiliati. Negli Usa ci sono stati lunghi anni in cui gli italiani erano considerati appena sopra i negri. Venivano linciati senza processi; morivano sul lavoro senza che le autorità intervenissero. È vero, da allora sono trascorsi cento anni, ma quello che per noi è stato il Novecento per altri popoli è il Duemila. Oggi come allora sono la disperazione, la fame, la speranza di una vita migliore a muovere milioni di persone da una parte all'altra del mondo. Non si possono confondere i tanti onesti, seri e coraggiosi con la minoranza criminale. I delinquenti vanno giustamente perseguiti ed espulsi, gli altri non c'entrano, non meritano offese e ostentazione di xenofobia. Spesso trattiamo gli altri esattamente come accadeva agli italiani cento anni fa e anche meno. Ridare un volto a Monongah è come dare un volto a noi stessi. È un modo di ricordarci che esistono tanti diritti, ma anche qualche dovere. A incominciare dal rispetto degli altri e dalla solidarietà.

Fa.Ro.

Comunicato a “Il Gazzettino” sulla vicenda Fa.Ro.

In riferimento all’articolo del 3 febbraio 2010 dal titolo “Un colpo di spugna sui colpevoli” a firma Germana Cabrelle, non capisco come mai sia stato strumentalmente associato il mio nome e la mia fotografia a una particolare vicenda della Fa.Ro., quella dell’”annullamento dell’ordinanza emessa dal sindaco ancora nel dicembre 1998 con cui veniva intimato alla ditta Gelmini e alla Burlotti di rimuovere i rifiuti conferiti”.
Io sono stato sindaco dal 1999 al 2009 e dunque non lo ero nel 1998.
Preciso comunque che l’ordinanza n. 41/1998, firmata dal mio precedessore, intimava la rimozione dei rifiuti, a quel tempo pericolosi, poi divenuti “solo” speciali, a ben 17 ditte e che l’annullamento, citato nell’articolo, riguarda non tutte le 17 Ditte, ma solo la Gelmini e la Burlotti, ditte di autotrasporto che avevano avuto un ruolo assolutamente marginale nella vicenda. Occorre precisare che l’efficacia dell’ordinanza di rimozione dei rifiuti non è mai stata sospesa dal TAR e dal Consiglio di Stato, nella tempesta dei diversi ricorsi cautelari promossi contro il Comune, per cui l’operato del Comune è stato senz’altro ineccepibile.
Questa ordinanza e i successivi provvedimenti sindacali eseguiti durante i miei dieci anni di Amministrazione, hanno portato al riconoscimento confermato in Cassazione della responsabilità civile dei responsabili dell’inquinamento e all’avvio della conseguente causa civile presso il Tribunale di Padova, a tutt’oggi in corso: causa che mira ad ottenere il risarcimento delle spese di bonifica e il danno ambientale e morale subito dal Comune.
In dieci anni sono stati smaltite, dalle Amministrazioni che ho avuto l’onore di rappresentare, qualcosa come 4.714 tonnellate di rifiuto su circa 6.500 ammassate.
E pensare che allora il sindaco “costava” 1.100 euro contro i 1.800 di quello attuale.
Dell’immenso sforzo fatto durante il decennio e degli inattesi risultati raggiunti per un piccolo Comune come il nostro, vanno ringraziati il Geom. Maurizio Bergamin e l’Avv. Luigi Verzotto.
Del resto la stessa Commissione comunale appositamente costituita per il caso Fa.Ro., formata da rappresentanti di ogni componente politica e presieduta dall’attuale Sindaco, non aveva rilevato mancanze nell’operato dell’Amministrazione.

Per quanto riguarda invece la fantasiosa interrogazione dell’On. Massimo Bitonci (Gazzettino del 23 settembre 2009), presentata il 20 novembre del 2008, su ipotizzate incidenze tumorali a San Giorgio in Bosco, non siamo ancora a conoscenza di una riposta da parte del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. E’ stato fatto presente al Ministero, che l’onorevole Bitonci dovrebbe prestare la medesima attenzione al più importante e serio inquinamento delle falde acquifere da cromo esavalente, questo si certamente cancerogeno, estesosi anche nel territorio cittadellese da Lui amministrato. Ma di ciò e di quanto è stato fatto, o è rimasto da fare per tutelare la salute dei cittadini, nulla è dato di sapere. Evidentemente, per qualcuno, ciò che conta non è fare effettivamente gli interessi dei Cittadini, ma ricavare maggior profitto politico, attraverso insinuazioni e strumentalizzazioni che alla prova dei fatti, risultano miseramente sterili e infondate, attaccando con disprezzo tutto ciò che è riconducibile alla mia persona in quanto aderente al Partito Democratico. Peccato, i buoni risultati raggiunti a favore del territorio e della comunità, dovrebbero essere patrimonio comune, a prescindere dalle appartenenze politiche. Chissà che col tempo, almeno questo principio possa prevalere, nel rispetto delle distinzioni e dei ruoli.

San Giorgio in Bosco, 19 febbraio 2010
Leopoldo Marcolongo

Sfoltire le carceri per evitare nuovi indulti


Carceri sovraffollate, il fallimento della riabilitazione
il mattino di Padova — 29 agosto 2009 pagina 27 sezione: ALTRE
di Leopoldo Marcolongo *

Ogni comunità per reggersi ha bisogno di leggi, delle quali la giustizia si incarica di garantire il rispetto, punendo i trasgressori. In tal modo il concetto di legge è indissolubilmente legato al concetto di pena, la quale però deve avere in sé il fine primario della riabilitazione (art. 27, terzo comma, della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»). La privazione della libertà mira non all’annientamento del reo, ma al ripristino dei principi che il delitto ha offeso. Questi presupposti trovano un fondamento sull’idea che il colpevole, oltre che pentirsi, possa modificare profondamente la propria personalità, specie se aiutato attraverso un piano di rieducazione. Il pianeta carcere è salito prepotentemente alle cronache in questi ultimi anni per i problemi di sovraffollamento, attualmente peggiore del 2006, prima dell’indulto (quando ne uscirono 27.000), per i suicidi, per la prevalenza dirompente di detenuti stranieri e di detenuti in attesa di giudizio (più della metà). La drammatica emergenza dei numeri: dai 31.000 detenuti del 1991 siamo arrivati quasi ai 64.000 attuali, con 1.000 nuovi arrivi al mese. E’ una realtà che ci sta sfuggendo di mano. L’ attuale sistema sanzionatorio e incentrato sulla pena detentiva come risposta alla violazione della norma penale. Un simile sistema sconta tutta la sua inefficacia. La detenzione è inefficace nel dissuadere dal commettere futuri delitti, mentre l’applicazione di misure alternative al carcere risulta essere decisamente più efficace: i recidivi fra gli affidati al servizio sociale sono pari al 19%, mentre fra coloro che scontano la pena interamente in carcere i recidivi sono il 68 per cento. Una mentalità di «tolleranza zero» e di «insicurezza percepita» di alcuni sindaci, nonostante il ministro dell’Interno abbia affermato che i reati sono in calo, preme sul ricorso al carcere per liberarsi dei cittadini scomodi, togliendoli dal proprio territorio e mandandoli in una «discarica sociale», non rendendosi conto che, scontata la pena, questi ritornano. Il problema è che molti sindaci spesso non conoscono la realtà carceraria, pochi hanno visitato un carcere, molti non sanno neppure dove sia localizzato. Affrontare il problema solo sotto l’aspetto dell’ordine pubblico non sembra sufficiente e anche non conveniente. Considerarlo invece come un problema sociale è più vantaggioso per la collettività. Se non è possibile svuotare quel grande «condominio» della città dove sono ristretti i carcerati perché quelli pericolosi bisogna necessariamente tenerli rinchiusi, almeno si può creare qualche opportunità in più a chi ha sbagliato, ma dimostra con i fatti che può ritornare nella sua comunità, perché nessun uomo nasce delinquente. Un recupero che metta insieme il mondo delle Associazioni, le Cooperative, i Centri Servizi per il Volontariato, il mondo del lavoro, le Istituzioni per ricreare autostima e dignità negli ex-detenuti. Gli enti locali possono contribuire molto al progetto perché la certezza della pena non è incompatibile con il recupero e il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti. La previsione di nuove carceri e l’ampliamento di quelle esistenti è solo un bluff e poi mancano già ora guardie carcerarie e personale educativo e neanche il rimpatrio dei carcerati stranieri è una cosa semplice in tempi brevi. Bisogna fare presto a sfoltire le carceri perché la situazione è intollerabile e illegale, altrimenti, voglia o non voglia, bisognerà fare un nuovo «indulto». Le misure alternative sono le seguenti. Affidamento in prova al servizio sociale. Consiste nell’affidamento al servizio sociale del condannato fuori dall’istituto di pena per un periodo uguale a quello della pena da scontare. Semilibertà. Consiste nella concessione al condannato e all’internato di trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto di pena per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale, in base a un programma di trattamento, la cui responsabilità è affidata al direttore dell’istituto di pena. Detenzione domiciliare. Questa misura alternativa consiste nell’esecuzione della pena nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza e accoglienza. Lavoro sostitutivo della pena. Prestazione di attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, Enti locali e Enti del sociale, della cultura, dell’ambiente.
* ex sindaco e rappresentante Anci in Commissione Interistituzionale Area Penitenziaria